La condanna di Atlante (e di tutti noi)

Accettarsi, amarsi, perdonarsi, che verbi difficili da coniugare. Il mondo di oggi ci chiede di essere precisi, ci convince che se sbagliamo la colpa è solo nostra, siamo carichi di aspettative che molto spesso sono quasi impossibili da soddisfare. Se falliamo nell’impresa, sentiamo che la responsabilità è solo nostra e ci sentiamo come Atlante http://it.wikipedia.org/wiki/Atlante_(mitologia), il titano costretto da Zeus a portare sulle spalle l’intera volta celeste. Non è un caso se anche la prima vertebra cervicale della nostra colonna vertebrale porta questo nome. Il peso che sentiamo sulle spalle è reale, anche se a occhio nudo gli altri ci diranno che non stiamo portando nulla. Il vero macigno che grava sulle nostre giunture (e di conseguenza anche sulla nostra mente) è il peso delle aspettative, quell’ansia da perfezione che ci attanaglia, impedendoci di correre alla velocità che vorremmo. Il mito ha molto da raccontarci sulla nostra realtà attuale. Le vesti di Zeus sono indossate da chiunque pretenda molto, forse troppo da noi, cercando di convincerci che dobbiamo fare qualcosa perché non abbiamo altra scelta, perché il mondo è questo e dobbiamo sottostare alle sue regole. Quel tirannico “tu devi” sarebbe meglio prenderlo con le pinze e utilizzarlo solo se strettamente necessario. Prima di imparare la seconda persona singolare del verbo dovere dovremmo seriamente esercitarci con la prima persona riflessiva del verbo amare.

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